Home Archivio Focus On SPECIALE - Sport business in tempo di crisi

SPECIALE - Sport business in tempo di crisi

Indice
SPECIALE - Sport business in tempo di crisi
Concretezza e specializzazione - Georg Oberrauch – Sportler
Nel nome della qualità - Marco Danieli – Idea SpA
Vince il rapporto umano - Michele De Masis, Polo Sport
Valore aggiunto e fiducia nel futuro - Alberto Fraticelli – Lotto Sport
Tutte le pagine
Sport_business_TSPer molti è una domanda, per alcuni una certezza, per tutti una speranza. Quale futuro per il sistema sportivo italiano?

Il momento di profonda crisi del nostro Paese viene vissuto in modo diverso da ognuno di noi. Le speranze, le aspettative, perfino i sogni di tutti gli italiani sono legati al difficile e incerto futuro economico e finanziario del nostro Paese. Il persistere di una condizione economica negativa, le manovre fiscali e finanziarie dei governi europei, l’aumento dei costi e dell’inflazione si abbattono su tutta la filiera.
Lo sport mantiene un’immagine appetibile, grazie alle sempre ottime potenzialità di pratica e quindi di sviluppo, ma fatica a mantenersi competitivo nel rapporto qualità-prezzo e, ancor più, sul fronte della redditività Al di là di certe apocalittiche previsioni, che la crisi ci sia è un dato di fatto. Dall’uomo comune all’industriale, dal negoziante al consumatore, ormai tutti aprono le conversazioni discutendo di problemi economici. Del resto, basta aprire i giornali o seguire un tg per rendersi conto che c’è qualcosa che non funziona.
Ed è ben magra consolazione il fatto che si tratti di una condizione comune a tutti i Paesi industrializzati, di qua come di là dall’oceano. Gli scenari internazionali preoccupano e le richieste di aiuto non mancano. Si varano manovre, cresce l’Iva, si studiano tagli di bilancio, mentre disoccupazione e precariato raggiungono massimi storici. Ormai il leit motiv della difficile situazione in cui versano un po’ tutte le famiglie è divenuto un argomento di conversazioni fisso e un dato di fatto che lascia poco spazio a dubbi o a opinioni divergenti. La crisi c’è ed è impossibile negarla. In Italia si avverte un clima generalizzato di sfiducia e i deboli segnali di recupero captati a inizio 2011 sono ormai solo un lontano ricordo. Gira meno denaro, non solo nelle banche, ma anche nelle tasche degli Italiani, tanto che i redditi famigliari sono retrocessi di un decennio.
Il recente Rapporto Coop 2011 dimostra come circa l’80% delle famiglie italiane è convinta di vivere al di sotto o sul limite di uno standard appena accettabile, con un bel divario rispetto al 44% della Germania e al 54% della Francia. Si pesca nei risparmi, nonostante la spesa rimanga ancora ampiamente inferiore ai livelli precrisi, considerando che nell’ultimo decennio il potere d’acquisto delle famiglie è calato del 7% e che la manovra recentemente varata dal Governo, specie con l’aumento dell’Iva, non tarderà a farsi sentire.
Le stime asseriscono che ogni punto di Iva in più pesa 7 miliardi sui minori consumi annuali, cosicché l’aumento al 21% andrà ad intaccare settori già fortemente penalizzati, come nel caso dell’abbigliamento che nel primo semestre 2011 piange un -8%, il bazar -6%, il multimediale -15%. Se per dar fiato ed energia all’economia occorre consumare, queste avvisaglie raddensano le nubi all’orizzonte. A soffrire maggiormente è il Mezzogiorno in cui si accentua il divario rispetto al resto d’Italia.
Se il futuro è nei giovani, le cose non vanno meglio. Nel Belpaese solo un giovane su 2 crede ancora nel valore dell’istruzione e della formazione professionale, in netta controtendenza con gli altri stati europei, tra cui in testa la Germania. Sembra che solo il gioco sia ad oggi la principale risorsa, o aspettativa, per una popolazione che piange i fasti del passato, con un + 20% a favore di premi, lotterie e slot machine, con una spesa superiore a quella per l’abbigliamento e le calzature e pari a circa il 60% dei consumi alimentari.
La crisi c’è, insomma, e le famiglie per far tornare i conti sacrificano i consumi no-food. A farne le spese soprattutto auto, arredo casa, multimedia, elettrodomestici e abbigliamento, ma gli alimentari stessi vengono tagliati, mentre crescono principalmente i prodotti di base, quali olio d’oliva, latte uht, tonno in scatola. Bene anche il carrello etnico e il pronto a elevato livello di servizio, mentre sono in flessione quelli salute e lusso. Un segnale, questo, che la dice lunga sulle richieste del consumatore. L’Italiano si affida alla sobrietà, con maggiori consumi in ambito domestico, andando sempre alla ricerca di promozioni, prediligendo il supermercato ma non disdegnando nuove possibilità di risparmio come quelle offerte dai discount.
Interessante è anche l’approccio più variabile: si è persa la forza di quella fidelizzazione che era una garanzia per il retailer. Il tutto condito da un crescente pessimismo (il 42% dichiara peggiorate le proprie prospettive di lavoro, un anno fa era il 23%), ma con una interessante attenzione agli sprechi che nella spesa domestica si traduce in una preferenza per confezioni più piccole (meno carne, pesce, ortofrutta), ma anche meno acqua minerale e detersivi, più sacchetti per la spazzatura e meno stoviglie di plastica (-10%). Un quadro non certo positivo, quello presentato dal Rapporto Coop 2011 “Consumi e distribuzione” redatto dall’ Ufficio Studi di Ancc- Coop (Associazione Nazionale Cooperative di Consumatori) con la collaborazione scientifica di Ref. (Ricerche per l’Economia e la Finanza) e supporto d’analisi di Nielsen, dove è possibile avere una fotografia del mercato attuale e dello stato di salute dei consumi nel nostro Paese, inserito in un contesto europeo e internazionale, fornendo al contempo previsioni ragionate per il triennio 2011-2013.

Lo scenario economico
Ormai ci si è resi conto di come la situazione sia cambiata radicalmente e come lo sbandamento iniziale sia stato metabolizzato dal consumatore in modo tale da consentire un approccio alla spesa più ragionato, sacrificato, ma anche più consapevole del contesto socio economico in cui è inserito. Se infatti la crisi dell’economia globale tecnicamente risulta terminata nel secondo trimestre 2009, il biennio trascorso purtroppo dà segnali contrari rispetto ai cicli economici tradizionali. La caduta è stata così intensa e diseguale che anche ora perdurano diversi focolai di crisi in tutti i Paesi, a eccezione delle economie emergenti. Una situazione critica aggravata peraltro dalle continue tensioni finanziarie che si abbattono sull’Europa, come nel caso di quelle avvenute in Grecia, Irlanda, Portogallo, ma anche Spagna e Italia. Nonostante i timidi segnali di recupero che avevano lasciato ben sperare a inizio 2011, ci si è dovuti arrendere davanti ai travolgenti fenomeni avversi dell’ultimo periodo, tanto che prendendo in esame l’ultimo triennio, è proprio l’economia italiana a risultare particolarmente deludente. L’Italia è tra i Paesi con la maggiore contrazione del prodotto interno lordo, nel 2011 ancora di 5 punti inferiore rispetto ai livelli pre-crisi, ed effettivamente è anche fra quelli che meno di altri hanno beneficiato dei primi rallentamenti della crisi. Sale l’inflazione spinta dalle materie prime, crescono carburanti, tariffe e servizi di pubblica utilità, scendono i consumi e il reddito disponibile, regredito di un decennio, e il consumatore è ormai costretto ad attingere ai pochi risparmi rimasti. Crolla il mito di un popolo di risparmiatori: il tasso di risparmio delle famiglie, con un -10% rispetto ai valori degli anni ’90, è oggi inferiore a quello di Francia e Germania, con un giugno che ha registrato il picco massimo (il 22%) delle famiglie italiane che dichiarano di non riuscire a risparmiare niente a fine mese.
Cala il denaro, quindi, ma anche la speranza del consumatore. La Spagna, che condivide con l’Italia le maggiori difficoltà degli ultimi anni, mantiene comunque oltre un terzo della popolazione con un reddito adeguato alle necessità delle famiglie. L’Italia è il Paese europeo, dopo la Francia, dove i cittadini hanno la maggiore percezione di povertà (i 4/5 ritengono che la povertà sia diffusa) ed è anche il Paese dove è forte la richiesta di welfare, anche se il giudizio dato sulle politiche pubbliche fino ad ora attuate è più negativo di quello degli altri Paesi: la quota di quanti ritengono che le politiche pubbliche finora adottate abbiano peggiorato la situazione è doppia rispetto a quella di chi ritiene che l’abbiano migliorata (il 21% a fronte di un 10%). Ulteriore elemento penalizzante, il mercato del lavoro debole, dove è in crescita il tasso di disoccupazione giovanile (2006/2010 +6%, mentre in altre aree europee il dato è anche la metà), ma soprattutto si tocca con mano il fenomeno dei giovani inattivi che essendo tali escono anche dalle file dei disoccupati.
In una simile situazione si affievolisce anche la stessa volontà di attivarsi. Solo un giovane italiano su due crede ancora nel valore dell’istruzione e della formazione professionale come opportunità interessanti per il proprio futuro e nemmeno risultano allettati dall’autoimprenditorialità. In compenso, come extrema ratio gli italiani si affidano al gioco: alla fine del 2011 saranno oltre 73 i miliardi spesi dagli italiani in giochi a premi, lotterie e slot machine. Considerato il modesto ritmo di incremento previsto, nella migliore ipotesi solo nel 2013 si riuscirà a tornare su livelli pre-crisi. L’epicentro della caduta dei consumi è il Mezzogiorno, dove la crisi ha contribuito ad accrescere le disuguaglianze colpendo in particolare le famiglie più giovani e con figli a carico. Ma non risparmia nemmeno il Centro e il Nord.
A soffrire di più sono l’alimentare, l’abbigliamento e l’arredamento, mentre sono inevitabilmente destinati a crescere le spese per sanità, trasporti, comunicazioni. I comportamenti di consumo sono cambiati, anche in quelle tipologie di spesa in passato stabili, o in crescita, come nel caso dei prodotti tecnologici che nel primo semestre 2011 sono calati di un 6,2%, fatta unica eccezione per Smartphone e tablet.
È interessante notare come il credito dei prodotti di marca non sia assolutamente venuto meno, che anzi vengono acquistati con maggior favore, laddove economicamente possibile. L’impoverimento del carrello non significa un’automatica rinuncia alla qualità da parte del consumatore ‘maturo’, e in questo senso le promozioni rappresentano una delle poche situazioni economiche con segno positivo, utilizzate strategicamente da ben il 63% dei consumatori proprio per riuscire – attivamente – a risparmiare. È il cosiddetto fenomeno del downgrading in cui le famiglie italiane si mostrano maestre, ma se questo è possibile nei beni dove la distribuzione è liberalizzata, è un’arma spuntata in quei settori obbligati, come ad esempio servizi pubblici e utenze varie, il cui peso non è in nessuna maniera alleggeribile. Con l’aumento di benzina ed annessi, anche per quelle famiglie che avevano attraversato indenni fino ad oggi la crisi, è arrivato il momento di ripensare al proprio lifestyle cominciando a ridisegnarlo in termini di almeno parziali rinunce.

La Pratica sportiva
Se dunque lo scenario economico appare piuttosto sconfortante, guardando al mondo della pratica sportiva si nota come mediamente un italiano su tre pratichi un’attività sportiva. Nel 2010, in Italia, le persone che praticano sport sono state 19 milioni e 200mila (il 32,9% della popolazione nella stessa fascia di età). Tra questi, il 22,8% si dedica allo sport in modo continuativo e il 10,2% in modo saltuario. Coloro che pur non praticando uno sport svolgono un’attività fisica sono circa 16 milioni e mezzo (il 28,2% della popolazione nella fascia di età considerata), mentre i sedentari sono più di 22 milioni, pari al 38,3% della popolazione.
L’analisi temporale mette in luce un aumento della propensione alla pratica sportiva (dal 26,8% del 1997 al 32,9% del 2010), di 1,8 punti percentuali solo nell’ultimo anno. Dati, questi, basati su informazioni provenienti dall’indagine multiscopo sulle famiglie “Aspetti della vita quotidiana” condotta annualmente dall’Istat, in cui si rileva l’abitudine a praticare sport della popolazione e che considera come attività sportiva quella svolta nel tempo libero con carattere di continuità o saltuarietà dalla popolazione, escludendo le persone che partecipano al mondo dello sport per ragioni professionali (atleti professionisti, insegnanti, allenatori).
Tra coloro che praticano solo qualche attività fisica sono, invece, compresi quelli che si dedicano a passatempi che comportano comunque movimento, come fare passeggiate di almeno due chilometri, nuotare, andare in bicicletta o altro. I sedentari sono invece coloro che dichiarano di non praticare sport, né altre forme di attività fisica. L’analisi territoriale mostra una differente attitudine alla pratica sportiva che riflette anche una diversa disponibilità di strutture organizzate. Il Nord-est mostra la quota più elevata di persone che praticano sport (40,6%), con punte intorno al 60% nella provincia di Bolzano e al 50% in quella di Trento.
Seguono il Nord-ovest con il 37,4% e il Centro con il 34,3%. Il Mezzogiorno si caratterizza per la quota più bassa di persone che praticano sport nel tempo libero, con meno di un quarto della popolazione che dichiara di dedicarcisi. Le regioni con la più bassa quota di praticanti sportivi sono la Campania e la Sicilia dove appena due persone su dieci dichiarano di praticare sport, mentre Sardegna e Abruzzo mostrano livelli di pratica decisamente superiori rispetto alla ripartizione di appartenenza (circa 31%). Anche per quanto riguarda l’attività fisica le quote maggiori di praticanti si riscontrano nel Centro-Nord con il 31,0%, mentre nel Mezzogiorno il valore scende al 22,9%. Lo sport è un’attività tipicamente giovanile: le quote più alte di sportivi si riscontrano per i maschi nella fascia di età tra gli 11 e i 14 anni (almeno 3 su 4) e per le femmine in quella tra i 6 e i 10 (61%). Il confronto tra i sessi mostra una dedizione allo sport più accentuata tra i maschi (in media 39,7% contro il 26,6% delle femmine), in tutte le fasce di età ad eccezione dei giovanissimi (3-5 anni) dove le bambine praticanti superano i maschi di circa un 4%. Le differenze di genere sono successivamente a favore dei ragazzi con il divario massimo tra i 18 e i 24 anni (20% in più di maschi praticanti uno sport rispetto alle coetanee) e si attenuano successivamente al crescere dell’età. Con l’aumentare dell’età diminuisce anche l’impegno sportivo, inteso nella sua accezione competitiva, e aumenta l’interesse per le pratiche orientate ad una più generica attività motoria, al fine di mantenere benessere e salute.

Da FirmaTopSport di febbraio 2012 - © Top Sport - SportBizReport

 

Focus on...

La guerra dei marchi
Negli ultimi anni, la diffusione dei negozi monomarca ha sottratto importanti quote di mercato ai retailer indipendenti ...
Leggi tutto...
Essere o non essere (social)?
Le esperienze di vendita su Facebook si sono rivelate spesso un fallimento. Ma i social network continuano a giocare un ...
Leggi tutto...
Non ci s(c)iamo
Una recente indagine sul mercato dello sci in Italia ed un’inchiesta del Pool Sci Italia sulle caratteristiche dello s...
Leggi tutto...
SPECIALE BASKET - Sull’otto volante
8x8=2013. La matematica si piega all’impresa azzurra, mentre il marketing rialza la testa. Il prodotto è vincente, i ...
Leggi tutto...
Archivio Focus On

Ricerca



Ricerca Avanzata